Qualcosa, però, manca ancora, e quel che manca è la storia. Nussbaum chiede più empiria e più teoria, Searle più analisi del linguaggio, ma in entrambi latita la considerazione che Hegel avrebbe detto propria dello «storico pensante». È curioso però che per notare questa mancanza si debba tornare di molto indietro: al 1979 almeno, anno in cui Lyotard pubblica il suo celeberrimo rapporto sullo stato del sapere. È in quel libro, dal fortunato titolo La condizione postmoderna, che si dichiara la fine delle grandi narrazioni, cioè della filosofie moderne della storia, ed è chiaro che senza una grande narrazione un evento di grande formato come l’attacco alle torri gemelle risulta letteralmente impensabile. […]

Dal momento che però la filosofia è rimasta a bocca aperta, in base alla diagnosi lyotardiana, non solo dopo l’11 settembre ma già prima, dal momento cioè che ha considerata esaurita la spinta propulsiva della modernità ben prima che le colonne di fumo offuscassero la skyline della Grande Mela, non bisognerà invertire i rapporti di causa ed effetto? Baudrillard sostiene che un evento è ciò che resiste a una grande narrazione, ma è forse vero il contrario, che cioè proprio la rinuncia alla grande narrazione storica produce eventi grandi e inspiegabili (e filosofi con il naso all’insù).
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